NAPOLI – Ancora sangue a Napoli e la scia che segue l’omicidio mostrato in fieri di Mariano Bacio Terracino in maggio alla Sanità sembra allungarsi ancora dopo il duplice omicidio di oggi, martedì, a San Pietro a Patierno. Spazzato via il clan Sacco, Gennaro e Carmine padre e figlio di 58 e 29 anni raggiunti in sella alla loro moto e ammazzati. Il primo sul colpo, all’incrocio tra via delle Masserie e via Gagarin, il secondo dopo una disperata fuga, crivellato di colpi fino agli inutili soccorsi, prestati dai sanitari dell’ospedale «San Giovanni Bosco».
Zio e cugino di Costanze Apice. Gennaro Sacco capozona del clan attivo nel traffico e nello spaccio di stupefacenti, alleato di lungo corso dei più potenti Moccia. Gli unici, secondo le prime ipotesi investigative, ad avere il potere di decidere in un sol colpo della vita e della morte dei Sacco attivi nella periferia a nord di Napoli. E il nome dei Moccia torna insistente nella cronaca dell’ennesimo agguato di stampo camorristico che imbeve ancora una volta di sangue le strade di Napoli.
Al momento, difatti, una delle ipotesi più accreditate nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Bacio Terracino risale a una storia vecchia. Il possibile coinvolgimento dell’uomo, poi freddato da Apice all’ingresso di un bar del quartiere Vergini, nell’assassinio di Gennaro Moccia nel 1976: i partecipanti alla spedizione di morte in cui morì il boss di Afragola sono stati eliminati uno dopo l’altro.
Bacio Terracino sarebbe stato l’ultimo della serie. Una serie lunga 33 anni di omicidi su cui dopo la cattura e i primi interrogatori Costanzo Apice, 27 anni, mano armata dell’ultima esecuzione, collegato da legami di sangue ai Sacco e da legami di interesse ai Moccia, avrebbe potuto far luce collaborando con la Direzione distrettuale antimafia della procura partenopea. Lui che diventa ora il destinatario di un messaggio di morte tanto truce e cruento.